RASSEGNA STAMPA

L'Unione Sarda (3 maggio 2003)
PREMONIZIONI
Bentivoglio, Man Ray, Miccini, De Vree... Erotismo passione e infine bombe: versi e immagini su una catastrofe ancora imminente

di Annamaria Janin

L'estate scorsa, quando è uscito il numero 23/24 della rivista di cultura poetica Erbafoglio, l'impressione è stata di un ulteriore salto di qualità rispetto ai numeri precedenti. Che a loro volta avevano rivelato una costante tendenza al miglioramento, maturata nel corso dei 15 anni di vita del periodico. Quest'ultimo numero, dedicato all'evento fuoco, è evidentemente una di quelle occasioni in cui l'arte rivela la sua valenza premonitrice e addirittura profetica. Infatti, mentre il progetto editoriale relativo appunto a quest'evento era in gestazione (previsto in prima battuta nell'ottica del "fuoco erotico, delle passioni brucianti, delle incandescenze estetiche") è stato surclassato da quell'altro, imprevisto e sconvolgente evento che rimarrà nella storia come un tragico dies a quo: l'11 settembre 2001.
Erbafoglio è uscito un po' in sordina, rimanendo per diversi mesi in ombra: sia perché i lettori di poesia non sono solitamente molto numerosi, meno che mai quando si ambisce ad una dimensione prevalentemente sperimentale; sia perché forse eclissato da altre pubblicazioni più rispondenti ad un'esigenza di gradevolezza e conformità formale con le riviste più accreditate, di cui si è arricchito negli ultimi tempi il panorama dei periodici isolani. Che va rivelando una notevole vivacità editoriale: in particolare con le giovani ma ormai ampiamente collaudate Ziqqurat e Arte Architettura Ambiente, e con la recentissima Nae.
Sta di fatto che nel marzo scorso - mentre l'inizio della guerra molto annunciata appariva ancora quasi sospeso all'idea di un miracolo - si sono tenuti due di quegli appuntamenti di lettura poetica, con supporto di musica elettronica, che secondo una tradizione ormai collaudata sanciscono con una sorta di battesimo rituale il distacco di ciascun numero dall'équipe redazionale e dai collaboratori. Risarcendo così i pochi ma fedelissimi lettori di una certa "rilassatezza" nella periodicità: in parte dovuta alle tante difficoltà pratiche ed economiche che la redazione incontra nella realizzazione di ogni numero, ma in parte anche motivata dalla volontà di mantenersi in un certo senso più hobbisti che professionisti, cioè sostanzialmente liberi: liberi nella definizione autonoma delle loro scelte culturali ma anche liberi nella gestione dei tempi necessari alla riflessione.
Durante il primo appuntamento (un coinvolgente reading nella sede cagliaritana della società "Umanitaria" mentre già incombeva un'atmosfera di catastrofe incombente) la cieca mostruosità delle guerre è penetrata con forza nelle orecchie negli occhi nel cuore nel cervello degli intervenuti. Quanto alla seconda presentazione al pubblico, nella libreria milanese "La Stazione di Perpignan" in occasione della Giornata internazionale della poesia, non può passare inosservata un'altra coincidenza: in quella stessa data si consumava il primo giorno di bombardamento conclamato in Iraq.
Entrando almeno parzialmente nel merito di quello che ho definito come un evidente salto di qualità, mi limito alla scelta delle immagini che si alternano praticamente in tutte le pagine, anche come sfondo dei testi letterari, in una miscellanea densa e complessa. Che sposa significative foto pubblicitarie a celeberrime icone dell'arte (le foto in cui Man Ray immortala l'ambigua bellezza di Meret Oppenheim, musa dei surrealisti oltreché artista in prima persona) a particolari di fermo-immagine tratti da emblematiche sequenze che appartengono ormai alla storia del cinema (Zabriskie Point di Antonioni).
È proprio questa ininterrotta successione di immagini che crea una sorta di oppressione da ridondanza che enfatizza lo stato di confusione visiva in cui versa la nostra società. Risultando assolutamente funzionale a quella caratteristica epocale sostanzialmente "mediatica" che hanno ormai assunto le guerre della contemporaneità, dove diventa sempre più difficile conoscere ciò che accade e distinguere il reale dal virtuale, la verità dalla menzogna.
Tra le immagini di artisti, una delle più sconvolgenti mi sembra il piccolo mappamondo che Mirella Bentivoglio ha trasformato in un ciondolino appeso ad una targhetta con la scritta: fragile. Con un'operazione sul piano comunicativo molto efficace proprio per il suo deliberato understatement concettuale che veicola immediatamente quel senso di allarme che ha pervaso tutti dopo l'11 Settembre. E colgo l'occasione per ricordare l'adesione di altri storici rappresentanti della poesia visuale, come Eugenio Miccini e Stelio Maria Martini. Che, assieme ad altri celebri nomi (Luca Patella, Jack Hirschman) ne costituiscono il fiore all'occhiello, confermandone da un lato la tendenza ad una sempre maggiore apertura verso l'esterno. Cui corrisponde una confortante reciprocità di attenzione e di consenso, da parte degli operatori esterni, verso la produzione culturale isolana che punti a livelli qualitativamente alti, cimentandosi in ambiti non scontati e perciò tutt'altro che facili.




www.manifestosardo.org (luglio 2007)
Poesia Visiva, Eugenio Miccini e il fuoco di Erbafoglio
di Alessio Liberati

La recente "scomparsa" di Eugenio Miccini - le virgolette hanno ancor più senso per chi, come lui, ha lasciato il segno - pone l'accento, se ve ne fosse ancora bisogno, su uno dei più importanti movimenti di risonanza internazionale espressi dall'arte italiana nel '900: la Poesia Visiva, di cui Miccini fu protagonista di primo piano. Fu proprio lui nel '63, insieme a Lamberto Pignotti, a coniare il termine "poesia visiva", che da allora è stato adottato in Italia e nel mondo.  
Chi scrive ebbe con lui un rapporto epistolare-telefonico, ma non per questo meno fruttuoso, perché portò alla partecipazione dell'artista a un importante numero della rivista di cultura poetica Erbafoglio, edita a Cagliari dal 1988 al 2003 (ma questa non è l'unica traccia che Miccini lasciò in Sardegna: qualcuno ricorderà la sua partecipazione alla mostra  Canned Art, a cavallo tra il '79 e l'80, all'Arte Duchamp di Cagliari). Quel numero era incentrato sul tema del Fuoco e venne concepito all'indomani dell'11 settembre 2001, il che diede al tema una luce e una gravità particolari. Miccini rispose subito, con tre opere, all'appello di Erbafoglio (e come lui risposero altri grandi nomi delle neovanguardie verbo-visive e dell'arte concettuale: Mirella Bentivoglio, Stelio Maria Martini, Luca Maria Patella).
Tre opere - oggi visibili anche nel web, nell'
archivio di poesia visiva di Erbafoglio - in linea con le istanze della Poesia Visiva, un movimento che si distingueva e si distingue dalle precedenti avanguardie verbo-visive - Futurismo, Dadaismo, Lettrismo, Poesia Concreta, etc - per la sua (usando le parole dello stesso Miccini) "vocazione dichiaratamente 'ideologica', cioè per una battaglia delle idee".
Nella società tecnologica e nella civiltà dell'immagine, la poesia visiva non poteva non fare i conti con l'uso di quel "neo-volgare", già diffuso negli anni '60, che nei linguaggi dei mass-media (pubblicità, giornali e oggi anche i siti web, le email e i videomessaggi) associa sempre di più la parola all'immagine. Ma non si può parlare semplicemente di "poesia con le immagini" o di "immagini con le parole".
Prima di tutto perché si tratta di una sintesi e di una complementarità tra il piano verbale e quello visivo, l'uno indispensabile all'altro nella fruizione dell'opera; il destinatario è quindi costretto a una lettura simultanea  dei due piani, in cui il tutto prevale sulle singole parti e il risultato non è la semplice somma degli addendi.
Poi perché spesso quella sintesi ha un altro valore aggiunto, cioè quella “battaglia delle idee” di cui parla Miccini: la poesia visiva, fa notare Pignotti, “ironizza, contesta, critica e tende a capovolgere gli aspetti più negativi propri della società tecnologica e della civiltà dell'immagine” ed è “proprio la migliore ritorsione contro l'abuso delle immagini(..) nel rispetto della legge del contrappasso: quel che è fatto è reso”. La poesia visiva può allora rappresentare in sostanza “una merce respinta al mittente”, una sorta di “contropubblicità”, di risposta al “rumore dei media”. Miccini afferma: "provenendo io dalla letteratura...ho avvertito agli inizi degli anni '60 che le parole non mi bastavano più, che esse risuonavano beffarde e incapaci di sopravvivere al rumore e alle ridondanze dei linguaggi"
A Firenze, dove nasce nel 1925, Miccini compie studi umanistici e inizia la sua attività letteraria, collaborando con varie riviste, tra le quali “Quartiere”, “Letteratura”, “Il Menabò”. Uno dei suoi lavori di poesia lineare è la raccolta "Sonetto Minore", che Mario Luzi gli pubblica nella collana di poesia della Vallecchi.
Le sue prime prove di poesia visiva risalgono al 1962. Nel 1963 fonda, insieme a poeti, musicisti e pittori - tra cui Lamberto Pignotti, Luciano Ori, Giuseppe Chiari - il Gruppo '70 e partecipa al Gruppo '63, iniziando l'esperienza della Poesia Visiva. E' intensa la sua attività durante tutti gli anni '60, con l' organizzazione di mostre, spettacoli, dibattiti e pubblicazioni sulla poesia visiva. Nel 1969 fonda a Firenze il Centro Tèchne, dirigendone la rivista omonima e i “quaderni” dedicati alla poesia visiva, al teatro, al dibattito culturale di quegli anni.
Negli anni '70 partecipa al Gruppo Internazionale di Poesia Visiva (o Gruppo dei Nove: Alain Arias-Misson, Jean-François Bory, Herman Damen, Paul De Vree, Eugenio Miccini, Lucia Marcucci, Luciano Ori, Michele Perfetti, Sarenco) e dirige con Sarenco la seconda e terza serie della rivista Lotta Poetica.
Nel 1983 fonda il Gruppo Logomotives con Arias Misson, Blaine, Bory, De Vree, Sarenco e Verdi. È invitato nelle più importanti mostre internazionali (quattro volte alla Biennale di Venezia) e i suoi lavori figurano in molte collezioni pubbliche. Ha pubblicato oltre settanta libri di carattere creativo e di saggistica; in particolare Miccini è tra i più importanti autori italiani di libri d'artista.
Il suo nome resterà legato alla Poesia Visiva e all'attualità di quel movimento. Nel'97 Miccini scrive: "Non si possono confinare quelle esperienze in quel preciso momento storico" (gli anni '60)."Siamo convinti che la nostra tensione ideologica, il nostro riscatto siano ancora legittimi nei confronti di una civiltà che non è affatto mutata e che anzi ci sembra ancor più imbarbarita". Come non dargli ragione..




L'Unione Sarda (8 maggio 2001)
Una mostra a Cagliari
TRENTA PENNELLI IN PUNTA DI POESIA  ( download versione pdf )
di
Maria Dolores Picciau

In tredici anni la rivista di poesia Erbafoglio ha rappresentato in Sardegna un luogo discreto e appartato in cui il pensiero ha potuto abbandonarsi alle emozioni e al fascino della parola. In tempi di magra, per poter proseguire le pubblicazioni la rivista ha chiesto aiuto a un nutrito gruppo di artisti, ventiquattro in tutto, che nell’ultimo numero nella rubrica "tabula rasa" hanno realizzato opere inedite sul tema dell’acqua.
Poesia e arte figurativa si incontrano perciò in un allestimento facilmente fruibile alla G 28 di Cagliari sino al 9 maggio, con i contributi di Gianni Atzeni, Gaetano Brundu, Erik Chevalier, Rosanna D’Alessandro, Attilio Della Maria, Antonello Dessì, Angelo Liberati, Dionigi Losengo, Italo Medda, Gigi Musa, Antonello Ottonello, Franco Corrado Pau, Anna Maria Pillosu, Gianfranco Pintus, Danilo Sini, Maria Spissu Nilson, Gemma Tardini, Beppe Vargiu. Vanno anche ricordati i giovani che si sono affacciati più recentemente nel mondo dell’arte, con risultati talvolta apprezzabili, Alessandro Meloni, Efisio Niolu, Fabio Saiu, Grazia Sini, Monica Solinas e Pia Valentinis. Le opere inserite in un allestimento volutamente minimale si possono sfogliare come libri e sono abilmente giocate in infinite varianti sul tema dell’acqua o sul concetto di tabula rasa o poesia. Alcuni artisti utilizzano la pittura come strumento privilegiato, altri lo alternano con altri mezzi espressivi o si servono di tela, terrecotte, carta riciclata, materiali che vanno ad ibridarsi nel contesto generale dell’opera.